Farmaci “blocca-pubertà” abbassano il rischio di disturbi mentali nelle persone trans: lo studio

Le giovani persone trans che accedono tardivamente alla terapia farmacologica hanno un rischio più alto di incorrere in disturbi mentali. È quanto viene confermato in uno nuovo studio condotto dalla Transgender Youth Clinic del The Hospital of Sick Children di Toronto e pubblicato nella rivista Pediatrics.

I ricercatori hanno analizzato il percorso clinico di 300 giovani persone transgender, suddividendole in due gruppi. Da un lato coloro che avevano fatto richiesta di terapia farmacologica prima dei 15 anni, dall’altro chi aveva avuto accesso alla stessa dopo quell’età.

Quel che è emerso dall’analisi è che i soggetti appartenenti al secondo gruppo sperimentavano in maniera maggiore problemi di salute mentale. Circa il 46% soffriva di depressione, più della metà ha considerato il suicidio e ben il 17% lo ha tentato. Valori molto alti, in relazione a quelli riguardanti il primo gruppo di analisi, in cui solo il 9% aveva tentato il suicidio.

Immagine: Mental Health and Timing of Gender-Affirming Care. Julia C. Sorbara, Lyne N. Chiniara, Shelby Thompson and Mark R. Palmert. Pediatrics October 2020, 146 (4) e20193600; DOI: https://doi.org/10.1542/peds.2019-3600

La motivazione, dicono i ricercatori, sarebbe da ricercare nella disforia in età puberale. Con lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari associabili al genere assegnato anziché a quello di elezione, infatti, il disagio sperimentato dalle giovani persone trans può intensificarsi. Di conseguenza, arrivare all’accesso della terapia ormonale dopo l’avvento della pubertà amplificherebbe i disturbi d’ansia e depressione collegati alla disforia.

Risulta fondamentale, pertanto, che le giovani persone trans possano accedere alla terapia farmacologica il prima possibile, per evitare ripercussioni anche gravi al loro benessere mentale. Le ricerche condotte, infine, non rivelano se l’accesso prioritario alle cure sia correlato alla salute psicologica in età adulta. Lo studio suggerisce, tuttavia, di prestare una particolare attenzione a questo gruppo di individui potenzialmente più vulnerabili.