Le cronache di Grindr: discriminazione sull’app d’incontri

Nelle settimane precedenti vi abbiamo proposto un sondaggio sulla nostra pagina Instagram, nel quale vi abbiamo posto alcune domande relative alle vostre esperienze sulla più famosa app d’incontri. Ringraziamo tutti coloro che hanno partecipato al sondaggio, rendendo possibile questo articolo.

Prima di entrare nell’argomento del giorno, una piccola disclamer; i dati raccolti e le opinioni espresse non rappresentano in alcun modo Grindr LLC, Near Buddy LLC e nessuno dello staff che lavora all’applicazione. La nostra indagine mira ad analizzare i rapporti sociali su Grindr da un punto di vista totalmente esterno.

82; nella smorfia napoletana questo numero rappresenta la tavola imbandita, nel sondaggio invece, è la percentuale di persone che almeno una volta, si sono sentite discriminate su Grindr. È una percentuale piuttosto alta, più alta della superficie coperta dalle acque del pianeta terra (71%), ma immergiamoci in questo oceano di ingiustizia.

Quali sono le cause di discriminazione su Grindr? Non a sorpresa, la prima in lista è il body shaming: il 3% dichiara di essere sempre discriminato per l’aspetto fisico, il 22% spesso e il 38,9% raramente, portando ad un totale di 64,8% di persone che almeno una volta si sono sentite discriminate per il loro aspetto fisico su Grindr.

Ricordiamoci che, quando parliamo di body shaming, non parliamo di un problema che affligge solo le persone sovrappeso (nonostante ne siano indubbiamente le più colpite), stiamo parlando di “sei troppo magro, mangia un panino”, o commenti relativi a cicatrici o altri segni e particolarità che il corpo umano può avere.

Delegittimare la bellezza di un corpo è un gesto che può avere conseguenze estremamente dannose sulla salute psicofisica di un individuo, portando a disturbi d’ansia e alimentari. Per approfondire le dinamiche legate al body shaming vi rimando ad un altro nostro articolo che vede come protagonista LaChicca.

Un’altra fonte di discriminazione sempreverde – rullo di tamburi, finte facce stupite – è il razzismo; cosa possiamo dire contro questa grande piaga sociale che non sia già stato detto? Ormai credo nulla, ma il messaggio, ad oggi, non pare essere ancora passato. Il 49,5% degli intervistati ritiene corretto segnalare le proprie preferenze in fatto di etnia nella descrizione del profilo.

Questo dato mi ha dato il mal di testa.

Non riesco a capire la differenza tra una descrizione che recita “solo neri”, “niente asiatici”, “sì messicani ma solo da parte di madre”, “caucasici forse” e il profilo Twitter di Salvini, ai miei occhi sono la stessa cosa. Posso prendere atto che essere d’accordo con l’affermazione non vuol dire avere una preferenza etnica espressa nel proprio profilo, ma vuole più generalmente dire “capire chi ne ha una e non vuole perdere tempo” (anche se il rifiuto cortese non è mai una perdita di tempo). Ma continuo a non capire comunque, e per spiegare il perché, vi chiedo di seguirmi in una metafora.

Immaginate di essere a passeggio per una ridente cittadina di nome “Grindropoli”, il posto sembra accogliente, il sole vi sorride, le carpette vi fanno ciao e per le strade suonano “Pedro” di Raffaella Carrà, i vostri capelli sono verdi, perché siete nati cosi.
Girando con aria stanca per tutta la città vi imbattete in diverse abitazioni, alcune di queste case hanno uno striscione esposto dal davanzale che dice “le persone con i capelli verdi, non mi possono nemmeno salutare”, oppure “solo persone con i capelli verdi”, “non spinaci, sì riso, forse ho finito il latte di avena”. A prima vista questi messaggi potrebbero non darvi molto fastidio, voi siete verdi e felici, non è importante. Dopo una decina potreste iniziare a pensare “va beh, ma io di questi che non apprezzano i miei capelli non voglio essere amico”.
Passano tre giorni, voi siete ancora a Grindropoli, esposti a questi cartelli, entrate in un bar per prendere un caffè e notate una persona che stimola la vostra attenzione. Questa persona vi piace, decidete quindi di approcciarla perché siete un po’ spavaldi, quindi salutate, con tutte le buone intenzioni del mondo. Senza nemmeno rispondere al saluto, la persona in questione vi risponde “Non hai visto il cartello fuori da casa mia? Non ho nulla contro la tua gente, ma i verdi non mi interessano”.

Come vi sentireste? Rifiutati a priori per un dettaglio di voi che non potete cambiare, e nemmeno volete, perché nascere con i capelli verdi non è una colpa, nemmeno un merito, è solo quello che è. Chi è vittima di razzismo, di sicuro vedrà questa metafora come riduttiva, e lo è, vuole essere solo un modo per far capire che siamo noi a costruire la nostra società, sta a noi decidere se far sentire tutti pari, oppure discriminare, anche se per errore, chi diverso da noi. Dire che “Grindr è una chat per incontri sessuali ha senso voler sveltire la pratica” non è una giustificazione per permettere di mandare messaggi discriminatori. L’azienda stessa ha deciso di rimuovere il filtro “per etnia”, ai fini di favore l’integrazione, possiamo fare lo stesso noi?

Non solo brutte notizie, perché sono venuti fuori anche numeri positivi nella tombola di Grindr; solo il 4% non vorrebbe persone di identità non binaria su Grindr, mentre il 24,2% degli intervistati ritiene che le persone transgender non debbano stare sulla piattaforma. Usiamo questo spazio anche per apprezzare i segni di integrazione dati dai gestori del servizio che danno la possibilità di inserire 10 diverse identità di genere più 3 opzioni personalizzabili, facendo capire che tutti sono accettati ed accolti.

La discriminazione nei confronti degli uomini più effemminati sembra in diminuzione, o per meglio dire, pochi degli intervistati si sono sentiti discriminati per il loro lato più femminile, il 66,1% dichiara di non aver mai subito sissy shaming. Abbiamo comunque un 1,3% che dichiara di subire discriminazione per questo sempre e un 7,8% a cui capita spesso.

Molta apertura anche nei confronti delle persone con disabilità, il 90,3% risponderebbe senza problemi al messaggio di un diversamente abile. Un dato che, tuttavia, non è completamente congruo alla testimonianza diretta di Luca e Riccardo, due ragazzi con disabilità che abbiamo intervistato in passato.

Il 7,5% degli intervistati rifiuterebbe a prescindere di portare avanti una conoscenza con una persona con HIV, mentre solo per il 27,2% la convivenza con questa infezione non è un problema. Il 65,1% degli intervistati non si esprime invece in materia, non sapendo cosa dire o non essendosi mai trovati a contattare persone dichiaratamente sieropositive.

Questo dato ci fa pensare che la conversazione sul tema non sia ancora abbastanza aperta, impressione ribadita dalla frequenza con la quale viene effetuato il test di controllo. Il 16,8% non ha mai effettuato un test di controllo. È un numero tremendamente alto, accettabile solo se quello stesso 16,8% fosse vergine. L’importanza del test è vitale e non ci sono scuse nel 2020 per non conoscere il proprio stato di salute.

Concludiamo qui il primo epico appuntamento con le cronache di Grindr, qui abbiamo imparato che le discriminazioni fanno male, ma che dovremmo avere un occhio critico non solo sul mondo ma anche su noi stessi. I cambiamenti sociali partono dai singoli, che decidendo di migliorare se stessi aiutano la società a migliorarsi. Eliminiamo descrizioni discriminanti e impariamo a rispondere in maniera positiva anche a chi non ci attrae fisicamente, tenendo a mente che per qualcuno siamo invitanti quanto uno spicchio d’aglio, dobbiamo concentrarci su chi ci vede lasagna, perché quella è la nostra vera natura.