Carlo Calenda vuole davvero che si opini sull’identità di genere?

Dopo le riserve di Paola Concia, Italia Viva e di alcuni senatori del PD sul ddl Zan, Carlo Calenda si unisce alla schiera di coloro che vorrebbero mettere in discussione il lavoro fatto alla Camera prima di approvare la legge. Il dibattito democratico è lecito, anzi doveroso, ma la credibilità di una reale volontà di approfondimento viene minata quando per farlo vuoi dare voce ad attivistə che pretendono di sindacare su carattestistiche della persona già riconosciute dalla scienza e dal diritto, come l’identità di genere.

Il capo politico di Azione ha infatti twittato un’intervista a una giornalista e femminista radicale, scrivendo: «Da leggere, comunque la si pensi sul Ddl Zan. Ridurre la discussione a “chi non la pensa come noi è omofobo” è folle. Ascoltare e confrontarsi con chi la pensa in modo diverso. In particolare associazioni femministe, che su questo hanno fatto un grande lavoro culturale».

“Folle” sembrerebbe dare spazio a un articolo che ha come intestazione «Dittatura Gender», ma mettiamo che Calenda non se ne sia accorto. Ciò che è ancora più folle è far passare il messaggio che il femminismo radicale sia rappresentativo del femminismo, sia per una questione numerica che di principi. Basterebbe infatti parlare con le persone che l’identità di genere la studiano, gli psicologi, o che la discriminazione legata ad essa la vivono sulla propria pelle, lə attivistə trans, per comprendere quanto sia pericoloso far passare come “opinione” il voler sindacare sull’identità e sull’autodeterminazione altrui.

Cosa dicono la scienza e il diritto

L’identità di genere è riconosciuta ufficialmente dall’American Psychological Association, le cui linee guida per la pratica psicologica con persone transgender e gender nonconforming sono state adottate anche dalle psicologhe e dagli piscologi italiani. Tra i tanti studi sul tema, su cui la comunità scientifica non è divisa come vogliono far credere le femministe radicali, c’è una revisione della letteratura pubblicata nel 2018 da un folto gruppo di ricercatori olandesi, spagnoli, statunitensi e australiani su Behavior Genetics, con il titolo “The Biological Contributions to Gender Identity and Gender Diversity: Bringing Data to the Table”. 

A partire da un centinaio di lavori sul tema, gli esperti evidenziano come «l’identità di genere e i relativi costrutti di genere socialmente definiti sono influenzati in parte da fattori innati, inclusi i geni» e ritengono che «l’identità di genere sia un tratto complesso multifattoriale con una componente poligenica ereditabile». In altre parole il genere esiste, è nei geni e non lo si evince soltanto dai genitali: lo indicano i dati, lo testimoniano le stesse persone trans e non-binary. Basti pensare che, nella maggior parte dei casi, l’identità di genere è radicata nella persona già nei primissimi anni di età: a dirlo è, ancora una volta, la scienza.

Se chiedere che la politica adotti un approccio scientifico è troppo (ci si ricorda di essa solo durante una pandemia) allora si faccia riferimento alle convenzioni internazionali e all’ordinamento vigente dove, come ricorda la stessa responsabile nazionale delle pari opportunità di Azione, la femminista Alessia Centioni, «l’identità di genere è un principio già scritto». Bastava chiedere “in casa”, per evitare scivoloni come questo.