Foto: Holly Clark Photography

«Paragonare il Coronavirus all’HIV è un insulto: smettetela»

È passato circa un mese da quando la minaccia del Coronavirus è diventata concreta in Occidente, con i primi casi in Italia e un’escalation di eventi in tutta Europa e negli Stati Uniti. In queste settimane sarà capitato a tutti di imbattersi in un articolo o un intervento televisivo che in una chiave o nell’altra azzardava il paragone della nuova pandemia un’altra iniziata circa 30 anni fa: l’HIV. Ma l’allarme sociale, la caccia all’untore e tutti quei comportamenti che orbitano attorno all’emergenza sanitaria poco hanno in comune tra le due infezioni.

Lo scrittore statunitense Mark S. King, premiato in diverse occasioni per il proprio attivismo nella lotta all’AIDS e allo stigma nei confronti delle persone con HIV, spiega che tale paragone è «un insulto al coraggio e al sacrificio dei vivi e dei morti», per diverse ragioni.

«A nessuno importava delle persone che muoiono di AIDS nei primi anni della pandemia – racconta King – Il mercato azionario non si è mosso. Il presidente (degli Stati Uniti, ndr) non ha tenuto conferenze stampa. Non sono stati spesi miliardi di dollari. All’inizio degli anni ’80, l’AIDS stava uccidendo tutte le “persone giuste”: omosessuali, tossicodipendenti e uomini e donne di colore. Non c’è paragone con un nuovo focolaio virale che potrebbe uccidere le persone che la società in realtà apprezza, come tua nonna e le sue amiche nella casa di cura».

L’editorialista di LGBTQ Nation, risultato sieropositivo nel 1985 come raccontato nel libro “La mia favolosa malattia”,  ricorda che parlare di HIV significava affrontare temi come il sesso anale, ritenuta una colpa da molti religiosi che vedevano dell’infezione una punizione divina.

«Non ci sono state spese del Congresso che promettessero loro di avere un congedo per malattia o di aiutarli nelle spese mediche – racconta l’attivista – Furono cacciati dai loro appartamenti e poi morirono nella stanza degli ospiti di chiunque avesse lo spazio e il fegato per prendersi cura di loro».

Prima di garantire un’azione adeguata alla prevenzione e alla cura, morirono molte persone, prima occorreva di lottare contro i pregiudizi, insomma si parlava di preservativi e non di lavarsi bene le mani, riguardava una minoranza e dunque non toccava tutta la popolazione. Anche il concetto di distanza sociale non è paragonabile: «Allora era più facile perché i corpi dei tuoi amici erano così consumati da lesioni della pelle viola scuro che erano a malapena riconoscibili come umani».

Dunque basta parallelismi, basta affiancare l’HIV al Coronavirus, come invita Mark S. King: «Non c’è paragone. Fanc**o. Smettetela».

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