Un triangolo rosa per gli uomini, uno nero per le donne: così gli omosessuali venivano deportati nei lager

Il 27 gennaio, come ogni anno, si celebra la Giornata della Memoria, istituita ufficialmente dalle Nazioni Unite il 1º novembre 2005, allo scopo di tener vivo il ricordo delle vittime dell’Olocausto, termine con il quale si indica lo sterminio programmatico avvenuto per opera del governo nazista ai danni di milioni di ebrei e, per estensione, di una serie di altre categorie coinvolte in questo massacro.

Per molti anni, tuttavia, anche dopo la fine del regime nazista si è evitato di riconoscere e, soprattutto, di parlare del gran numero di omosessuali che hanno perso la vita nei campi di concentramento. In Germania, la legge che vietava comportamenti omosessuali, ritenuti contronatura e immorali, risale al 1871, quando Otto von Bismarck promulgò il paragrafo 175, una normativa del codice penale tedesco, che puniva l’omosessualità con l’incarcerazione e la privazione dei diritti civili. Hitler nel 1935 intensificò la repressione nei confronti degli omosessuali, estendendola anche alle fantasie o a qualunque riferimento scritto o verbale a pratiche considerate deviate.

Negli anni che vanno dal 1933 al 1945 numerosissimi omosessuali furono incriminati e arrestati, e si stima che circa 15.000 siano stati inviati nei campi di concentramento. Molti di questi uomini e donne, nel corso degli anni, sono stati sottoposti a detenzioni psichiatriche a scopo curativo, castrazione o sterilizzazione obbligatoria, torture di ogni genere e, addirittura, esperimenti scientifici da parte dei medici nazisti per isolare il gene dell’omosessualità e trovarne una cura.

Olocausto: il triangolo rosa e il triangolo nero

Come noto, ad identificare gli omosessuali maschi era un triangolo rosa cucito sul petto, il colore rosa era scelto, in senso dispregiativo, per il suo radicato collegamento con la femminilità; non tutti invece sanno che le donne omosessuali, invece, venivano riconosciute grazie ad un triangolo di colore nero, solitamente attribuito alle persone asociali. Questo ci porta ad una riflessione sulla visione diversa che c’era tra omosessualità maschile e femminile, quest’ultima di fatto non considerata al pari della prima.

Sono poche le testimonianze che arrivano fino a noi di donne condotte nei campi di concentramento per il loro orientamento sessuale, ma già il colore scelto per identificarle ci permette di riflettere non solo sul fatto che l’omosessualità femminile non venisse riconosciuta di per sé, ma anche sulla concezione della donna durante gli anni del regime. La donna aveva un suo preciso ruolo nella famiglia e veniva considerata solo relativamente a quello, tradire l’aspettativa culturale, che la vedeva come moglie e madre, significava tradire l’intero assetto societario, da qui probabilmente il colore nero, indice di asocialità, ad identificarle.

È importante continuare a parlare di questi avvenimenti perché l’omosessualità non ha ancora superato lo stigma che la contraddistingue, è importante andare oltre quei tabù che emarginano gli omosessuali ancora oggi, privandoli di quel riconoscimento egualitario all’interno della società, come nel caso dell’omosessualità femminile che ancora oggi viene guardata con un occhio diverso. Solo conservando la memoria e tenendo alta l’attenzione questa brutta storia smetterà di ripetersi.

 

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