Omotransfobia, Simone Alliva: «Il ddl Zan è al palo e il movimento deve reagire»

L’episodio dell’aggressione omofoba avvenuta alla fermata della metro Valle Aurelia di Roma a fine febbraio, ed emersa alla cronaca nelle ultime ore grazie alla denuncia di Gaynet, sembra aver risvegliato la coscienza pubblica sul tema dell’omotransfobia. Dal neo segretario del PD, Enrico Letta, alla senatrice pentastellata Alessandra Maiorino, sono in tanti i politici che hanno espresso solidarietà alle vittime dell’aggressione, ricordando la necessità di una legge che contrasti l’odio basato sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.

Ma quali possibilità ha il disegno di legge Zan, approvato ormai da più di quattro mesi alla Camera, di trovare spazio a Palazzo Madama? Con la caduta del Governo Conte II e la formazione del variopinto Governo Draghi – che “vanta” diversi ministri non propriamente progressisti e l’appoggio di parte della destra – la strada sembra in salita. Ne abbiamo parlato con Simone Alliva, giornalista che vigila quotidianamente sugli sviluppi dell’iter legislativo e autore di Caccia all’Omo, un libro-inchiesta sul fenomeno dell’omotransfobia in Italia.

«Serve il movimento. E il Movimento su questa legge adesso non c’è»

«La legge contro l’omotransfobia è al palo. Al Senato nulla si muove – spiega Alliva a NEG Zone – Certo, la crisi politica ha influenzato. La crisi sanitaria-economica è stata un’ottima foglia di fico. Non ci sono notizie di calendarizzazione, non è stato nominato neanche un relatore. Denunciare aiuta sempre. Quello che conta è la reazione. Però attenzione: non può essere soltanto una reazione politica. Apprezzo l’impegno del neo segretario Letta. E non avevo dubbi sulla vice segreteria Irene Tinagli, Peppe Provenzano. E amiche e amici della comunità come Monica Cirinnà, Giuditta Pini, Alessandro Zan. Però non basta. Serve il movimento. E il Movimento su questa legge adesso non c’è».

In effetti, è dallo scorso Luglio – quando le piazze italiane si sono colorate di arcobaleno sotto agli slogan #SpazziamoLOdio, #OraBasta!, #DallaParteDeiDiritti e #NonUnPassoIndietro – che manca una mobilitazione fisica da parte delle associazioni LGBT+. La pandemia di Covid-19 non è stata un’alleata di chi avrebbe voluto scendere nelle piazze, ma sicuramente si può fare di più.

Per l’autore di Caccia All’Omo si tratta, infatti di un’assenza ingiustificata. «In piazza scendono le ragazze e i ragazzi di Fridays For Future. I nemici della comunità si riuniscono con sit-in e flashmob – sottolinea – Anche la comunità Lgbt può farlo. Anche in zona rossa si può sempre manifestare, basta l’autocertificazione. Perché non si lancia una manifestazione di solidarietà per questi ragazzi e per la legge Zan? “Svegliati Italia”, si può fare. Questa è la mia proposta alle associazioni, al movimento se è in movimento o in dormiveglia. Lanciamo una manifestazione distanziata, educata, civile per sostenere la legge contro l’omotransfobia. Ne va del futuro del nostro paese».

L’innominabile legge Zan

In diversi, tra cui lo stesso Simone Alliva e la senatrice Monica Cirinnà, hanno sottolineato come la Ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, e altri esponenti di Italia Viva abbiano denunciato l’aggressione omofoba nella Capitale senza però nessun riferimento al ddl Zan.

Tant’è che verrebbe da chiedersi se non si tratti di una strategia di comunicazione ben mirata. «Io mi baso sui fatti. Elena Bonetti non ha nominato quasi mai la legge Zan – è la risposta del giornalista a questo quesito – Ricordo le parole espresse per la morte di Maria Paola Gaglione: “non solo da presidio ma da contrasto ad ogni forma di discriminazione”, senza citare la legge Zan. Questa è una scelta strategica? Non lo so. Mi sembra però una scelta furba per un partito che sta trovando affinità con il centrodestra più che con il centrosinistra. Anche Giorgia Meloni ha parlato di violenza. Senza nominare la matrice omofobica».

E agiunge: «Lo stesso Ivan Scalfarotto non ha nominato la legge Zan nel suo tweet di solidarietà a Jean Pierre. C’è qualcosa che non mi convince. C’è un rumore di fondo che mi preoccupa. E viene dallo stesso partito che durante la discussione in Commissione Giustizia alla Camera apri un dibattito molto acceso sulla questione identità di genere. Non amo essere smentito, ma in questo caso? Italia Viva dica per bocca di Renzi: “Vogliamo la Legge Zan così com’è. Senza se e senza ma”».

Identità di genere

Qualora il disegno di legge contro l’omotransfobia, la misoginia e l’abilismo approdasse al Senato, la battaglia sarebbe comunque molto dura. Secondo Alliva, è sull’educazione e sull’identità di genere che bisognerà fare particolare attenzione. «Io da cronista parlo con tutti i gruppi parlamentari e so che siamo in bilico – rivela – Ho paura per quello che considero il cuore della legge Zan: i corsi di formazione nelle scuole, ad esempio. Ho paura per quel termine molto combattuto anche dentro il Partito Democratico e Italia Viva che è “identità di genere”. Qualsiasi indebolimento della legge Zan rappresenterebbe la morte della legge stessa. Vuol dire tornare indietro, alla Camera e quindi mandare tutto in malora».

Forse non è un caso, se il tema dell’identità di genere risulti divisivo nello stesso Paese che è maglia nera in Europa per il numero di omicidi di persone trans. E il giornalismo, che è un po’ lo specchio del Paese, presenta casi quotidiani di misgendering e deadnaming, oltre a una narrazione stereotipata e distorta del transgenderismo.

Risulta incomprensibile perché molti giornalisti siano impermeabili rispetto a questi temi. «Ad alcuni perché non interessa. Fanno vite blindate dentro le redazioni, la responsabilità verso il lettore è molto residuale – è la risposta di Alliva – Spesso non si tratta di sola ignoranza, bensì di mancanza di professionalità e soprattutto di vera e propria transfobia».

«Non ho apprezzato pezzi recenti che che riportavano un articolo del TIME su Elliot Page ricordando il suo deadname. Addirittura nel sottotitolo – aggiunge – Ho anche cercato di spiegare perché è sbagliato. Ho ricordato che sull’articolo del TIME citato il deadname non c’è, un motivo ci sarà. Ma le risposte che si ottengono sono sempre del tipo: “sono io che ti spiego come si fa, faccio questo mestiere da centinaia di anni”. Ed è vero. Forse il problema è questo. Fanno questo mestiere da secoli e sono impermeabili al mondo che cambia. Però ci sono anche casi in cui se spieghi perché sbagliano, lo capiscono. Rari come gli unicorni, ma esistono anche loro».

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