Misgendering: errare è umano, perseverare è roba da giornalisti transfobici

Ha suscitato grande interesse il nostro articolo sul caso del suicidio di una donna transgender ad Altopascio, nel lucchese, diventata per la stampa locale, e non solo, un uomo: per alcuni transgender, per altri semplicemente un brasiliano. Non dovrebbe essere, ormai nel terzo decennio del nuovo millennio, così complicato da comprendere: il sesso biologico non coincide sempre con il genere di una persona e questa merita di essere identificata con il secondo anziché col primo.

Lo capirebbe anche un bambino: se una persona sta compiendo un transizione da un genere verso un altro, vanno usati i pronomi di quest’ultimo. La regola può essere resa ancora più elementare, chiamando qualsiasi persona con i pronomi del genere a cui dichiara appartenere. Si chiama “rispetto” e non costa nulla. Tirare in ballo semplificazioni biologiche secondo cui sono i genitali a stabilire chi è uomo e chi è donna si chiama invece misgendering. Immaginiamo se domani decidessi, per qualche mia strana teoria, di chiamare al femminile i giornalisti uomini che hanno parlato di Eduarda come un “trans brasiliano”. Credo non gradirebbero.

Continuiamo a rimanere nel campo delle ipotesi e decidessi di accostare al loro nome una foto in cui non avevano ancora fatto una dieta che ha permesso loro di superare una fase difficile della loro vita, oppure in cui avevano una macchia sul viso che hanno deciso di rimovere per ritrovare allo specchio se stessi. La mia sarebbe una scelta di cattivo gusto, ma che non avvicinerebbe mai la loro nel fare deadnaming, ovvero riferirendosi a Eduarda con il suo nome maschile assegnatole alla nascita.

«Quanto la fate lunga…» staranno pensando molti dei giornalisti che non sono intervenuti a modificare gli articoli dopo le segnalazioni, spaventati dal seguire due semplici linee guida che nello scriverle mi sembra di offendere la capacità di comprensione del lettore. Tra questi c’è sicuramente la redazione di un’emittente televisiva toscana che l’attivista LGBT+ Massimiliano Piagentini ha contattato chiedendo la modifica del genere nell’articolo sul loro sito, ricevendo come risposta che fare deadnaming rispetterebbe le indicazioni del garante della privacy.

Eduarda, colei che ha affrontato le difficili fasi del coming out come trans e dell’intraprendere un percorso di transizione, è indicata col suo nome di battesimo perché chiamarla col suo nome femminile o indicarla come donna trans «violerebbe la sua privacy». L’emittente televisiva sostiene che il suo “orientamento sessuale” – facendo confusione con l’identità di genere – è un dato sensibile perché appartiene alla sfera sessuale. Dunque il genere di Eduarda diventa un fatto privato, equivale quindi a sostenere che la transessualità riguardi solo qualche momento di intimità sotto le coperte. Nell’immaginario di chi ha risposto alla mail di Piagentini, forse la trans è donna a letto e uomo in tutti gli altri momenti della sua esistenza. Ma c’è di più. Mentre l’identità di genere della donna trans suicida “merita” la privacy, la stessa emittente parla dell’aggressione omofoba – avvenuta pochi giorni prima ad Altopascio – specificando l’orientamento sessuale della vittima: cosa giustissima per l’entità dell’attacco, ma questa volta le indicazioni del garante della privacy hanno una diversa chiave di lettura?

Pochi giorni dopo la tragedia di Altopascio, un’altra ai danni di una persona transgender è stata registrata a Frosinone. Come segnala Gianmarco Capogna di Possibile LGBTI+, siamo di fronte al solito copione di misgendering e confusione tra orientamento sessuale e identità di genere: la donna trans diventa “un trans del Paraguay”. Nessuno vuole puntare il dito verso un giornalista o una testata specifica, ma se si persevera nell’errore allora la buona fede viene a mancare e lascia il posto alla transfobia. E per i più smemorati, ecco uno schemino di Zucchero Sintattico da portare in ufficio.

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